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8 Luglio 2019

Ospedali pubblici, code per tutti ma non se paghi. La mappa Regione per Regione

Ospedali pubblici, code per tutti ma non se paghi. La mappa Regione per Regione

I dati del ministero della Salute confermano ciò che gran parte della popolazione ha già sperimentato: per avere una prestazione in tempi ragionevoli bisogna ricorrere al pagamento, come hanno fatto nel 2018, secondo il IX rapporto Censis-Rbm, 19,6 milioni di italiani. Eccoci di nuovo all’eterno problema delle liste d’attesa, che è strettamente collegato all’attività privata dei medici, che in Italia, in 51 mila su 118 mila, visitano in libera professione dentro l’ospedale pubblico per cui lavorano.

Cosa dice la legge (non applicata)

Il sistema sanitario nazionale deve garantire una prestazione in 72 ore se urgente, entro 10 giorni se c’è il codice «breve», entro 30 giorni per una visita e 60 per un esame se è differibile, entro 180 se è programmata (dal 2020 entro 120). È il medico che al momento della prescrizione indica il codice di priorità sulla ricetta. Se l’attesa è più lunga, c’è un decreto legislativo — il 124 dell’aprile 1998 — che prevede: «Qualora l’attesa della prestazione richiesta si prolunghi oltre il termine (…), l’assistito può chiedere che la prestazione venga resa nell’ambito dell’attività libero-professionale intramuraria, ponendo a carico del sistema sanitario la differenza tra la somma versata a titolo di partecipazione al costo della prestazione e l’effettivo costo di quest’ultima, sulla scorta delle tariffe vigenti». In sintesi, vuol dire che è possibile utilizzare la libera professione dentro l’ospedale pubblico e pagare solo il ticket. La norma di fatto non è mai stata applicata perché sconosciuta ai pazienti. La ministra alla Salute Grillo l’ha appena rilanciata come una novità, ma sulla fattibilità non è ancora dato sapere.

I tempi di attesa a pagamento

Intanto la libera professione, prevista per dare la possibilità al paziente di scegliere il medico di fiducia, di fatto diventa l’unica strada per tagliare le liste di attesa. Le prestazioni più richieste sono: la visita cardiologica, garantita al 60% entro i 10 giorni; la visita ginecologica al 58%, la visita ortopedica al 67%, la visita oculistica al 48%.

Chi visita in libera professione

I 51 mila medici che scelgono di esercitare la libera professione sono gli ospedalieri che, finito il loro turno di 38 ore a settimana, visitanoo i malati a pagamento nella stessa struttura pubblica. Per consentire la libera professione dentro l’ospedale, il Servizio sanitario mette a disposizione gli sportelli per le prenotazioni, gli ambulatori, i macchinari e la loro manutenzione. Poi l’80% della parcella va al medico, mentre all’azienda ospedaliera resta il 20%. Sono complessivamente 238 milioni l’anno su 1 miliardo e 120 milioni di incassi per l’attività privata dentro le sue mura, ricavi con cui forse non vengono coperte neppure le spese.

Lo stipendio dei medici

Eliminare la libera professione in Italia, però, è un tabù per la classe medica anche perché con l’attività privata si può arrivare a raddoppiare lo stipendio. Del resto, il servizio sanitario nazionale paga poco i medici ospedalieri rispetto al resto d’Europa. Per l’Ocse la busta paga media di un medico in ospedaliero in Francia è di 85 mila euro lordi, in Germania di 147 mila, in Olanda di 158 mila. In Italia è di 81 mila euro lordi.

Poca trasparenza

La conseguenza è che le liste d’attesa continuano a essere lunghe in un sistema che manca anche di trasparenza, condizione essenziale invece per risolvere il problema. Un report del Gimbe dello scorso aprile mostra che solo 8 Regioni più Bolzano hanno portali interattivi accessibili pubblicamente e senza autenticazione come prevede la legge: ma di queste Emilia Romagna, Lazio, Toscana espongono i tempi massimi di attesa per ciascuna prestazione senza dire al paziente qual è la prima disponibilità; mentre le altre 6 (Provincia autonoma di Bolzano, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta) permettono di conoscere per ciascuna prestazione la prima disponibilità nelle varie strutture, senza però offrire alcuna rendicontazione pubblica sulle performance regionali. Per le altre Regioni i dati pubblicati sono addirittura incomprensibili o assenti (Calabria).

La svolta che manca

Ora la ministra Grillo dice alle Regioni: «Se non riuscite a smaltire le liste d’attesa, allungate gli orari negli ospedali pubblici e stop alla libera professione». Difficile immaginare che i medici accettino doppi turni per smaltire le liste d’attesa, senza un’integrazione di stipendio. Occorre fare il passo successivo: pagare meglio i medici, rimpiazzare chi va in pensione, cosa che non viene fatta dal 2010 da quando sono stati persi 5.700 ospedalieri. Per fare questo occorre trovare le risorse, magari incassando l’80% e non il 20 % dalla libera professione interna agli ospedali, riparametrando il ticket in base al reddito e tagliando gli sprechi

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