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16 Gennaio 2020

Lo sfogo di un medico su Facebook: «Mi sono licenziato dopo 11 anni ma nessuno mi ha chiesto perché…».

Lo sfogo di un medico su Facebook: «Mi sono licenziato dopo 11 anni ma nessuno mi ha chiesto perché…».

Nei giorni scorsi il dottor Luigi Milandri, specializzato in Ortopedia e Traumatologia, ha elencato i motivi per cui fare il medico in Italia è un lavoro che spesso non ripaga. Lo ha fatto nel lungo post che ha pubblicato su Facebook «Ho scritto questo post perché avrei voluto gridare, con tutto il fiato che ho in corpo, queste cose a chi “governa” la sanità in Italia ma non è possibile»

«Mi sono licenziato. Dopo 11 anni […]. La più grande delusione è che nessuno (non mi riferisco ai colleghi) mi ha chiesto PERCHÉ, perché a quasi 50 anni con un bagaglio di esperienza e conoscenze da trasmettere ai più giovani ho deciso di mollare. E non sono il solo…».

Questi sono alcuni dei passaggi più duri e tristi del post che il dottor Milandri ha scritto in occasione del suo ultimo giorno di lavoro presso l’USL della Romagna. Più che uno sfogo lo possiamo definire un grido di allarme che riguarda tutta la categoria. Perché i problemi che questo medico ha dovuto affrontare in questi anni (turni massacranti, eccessiva burocratizzazione, crescente mancanza di rispetto da parte dell’utenza, ecc.) li conoscono molto bene tutti gli operatori sanitari che ogni giorno prestano servizio presto il nostro Ssn.

«Io ho mollato perché nell’ospedale pubblico una crescente burocratizzazione del lavoro ha progressivamente allontanato il medico dal pz tenendolo inchiodato per ore al computer. Ho deciso di fare il medico per visitare, per stare in sala operatoria e non per compilare certificati INPS, INAIL, chiudere cartelle e compilare schede DRG, cartella elettronica, ecc, ecc, ecc…».

Ed infatti la frase finale del post parla di condivisione del problema: «Condividete questo post magari potrebbe arrivare a qualcuna di queste persone e innescare qualche riflessione».

E il suo messaggio ha colpito nel segno, visto che il messaggio ha fatto il giro delle bacheche della stragrande maggioranza di chi lavora o ha a che fare con il Servizio sanitario.

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