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3 Giugno 2020

Ora negli ospedali bisogna pensare a tutto il resto: trovare un modo di smaltire gli arretrati

Ora negli ospedali bisogna pensare a tutto il resto: trovare un modo di smaltire gli arretrati

Ospedali e ambulatori in tutta Italia hanno sospeso le attività, che potevano essere rimandate senza rischi per la salute dei pazienti, nei primi tre mesi dell’epidemia da coronavirus. Ora, superata la fase più acuta dell’emergenza, si sta ponendo il problema di come recuperare quei ricoveri, quegli interventi e visite che sono stati rimandati nelle ultime dodici settimane. A cui, ovviamente, si aggiungeranno quelli ordinari previsti per i prossimi mesi, appesantendo oltremodo il nostro SSN già caratterizzato da lunghissime liste di attesa.

L’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica di Roma aveva già stimato che entro la fine di giugno sarebbero stati rimandati circa un milione di ricoveri in tutta Italia. A questi vanno aggiunte le visite ambulatoriali, che in parte sono state sostituite da consulenze telefoniche o in videoconferenza, ma non sempre è stato possibile e sono state quindi rinviate.

All’ospedale Niguarda di Milano per esempio, uno dei più grandi della Lombardia, è stata sospesa in questi tre mesi tutta l’attività ordinaria, salvo gli interventi chirurgici non differibili. Ad eccezione dell’area oncologica, che ha proseguito l’attività regolarmente, le attività ambulatoriali sono state sospese: da inizio maggio le attività non COVID-19 sono progressivamente riprese, ma recuperare le attività rimandate non sarà per niente facile.

Nel sistema sanitario italiano, recuperare le attività rimandate richiederà grandi sforzi. Francesco Longo, direttore del CERGAS, centro di Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale dell’Università Bocconi ha fornito la seguente spiegazione.

«Il nostro SSN è sottofinanziato rispetto agli altri paesi europei: spendiamo circa 1.900 euro l’anno per abitante, contro i 2.500 degli inglesi o i 3.200 dei tedeschi»

Se a seconda delle specialità le liste di attesa arrivavano in precedenza a 7, 8 o 9 mesi, con la sospensione delle attività per tre mesi non potranno che allungarsi.

Non ci sarà però solo da pensare alla programmazione dei servizi. Gli ospedali e gli ambulatori dovranno essere ripensati ma anche fisicamente, prevedendo il mantenimento delle strutture dedicate ai malati di COVID-19 e istituendo percorsi separati in quelli “misti”, per evitare contagi di operatori e/o pazienti.

Le visite dovranno essere strutturate in modo da non creare assembramenti nelle sale di attesa, gli orari dovranno essere allungati dalla mattina presto alla sera, e al fine settimana, per consentire un accesso il più possibile ridotto e scaglionato. Si dovranno prevedere probabilmente rilevazioni di temperatura all’ingresso, tamponi prima dei ricoveri, e si dovrà ridurre al minimo la presenza di accompagnatori.

Longo stima che il nostro SSN dovrà essere ripensato per produrre «il 20-30 % in più», e che questo aumento dell’efficienza del sistema sanitario in conseguenza dell’epidemia sarà un tema che ci porteremo dietro per due o tre anni.

Come si risolverà, concretamente, il problema dello smaltimento di visite, ricoveri e interventi? Come per tutte le cose della sanità italiana, molto dipenderà dalle regioni, che daranno autonomamente linee guida e obiettivi da raggiungere per i propri sistemi sanitari, lasciando poi che le aziende sanitarie e gli ospedali si organizzino secondo le proprie esigenze e caratteristiche per rispettarli. Ma ci saranno anche grosse questioni che richiederanno decisioni nazionali, a partire dai piani di assunzione per giovani specializzandi e neo-specializzati che rinforzino l’organico sanitario.

La parcellizzazione del sistema sanitario, con l’ampia autonomia affidata alle regioni, è stata una delle questioni più discusse e criticate della risposta all’emergenza del coronavirus. L’impostazione della riorganizzazione del sistema sanitario rappresenta a suo modo un bivio, che impone di scegliere se dare una spinta centralizzatrice o assecondare le differenze sanitarie su base regionale.

«Abbiamo tre prospettive, tutte difficili» spiega Longo. «La prima è di dare incentivi a ospedali pubblici e operatori pubblici per produrre di più: cioè pagare di più gli straordinari e pensare compensi basati sugli obiettivi raggiunti. Ma nel settore pubblico italiano non c’è abitudine a questo approccio: i soldi normalmente vengono distribuiti a pioggia, ma in questo contesto andrebbero dati ai reparti che fanno di più».

Altre strategie possono prevedere un maggiore coinvolgimento del settore privato, un approccio molto contestato e che ha spesso mostrato limiti e controindicazioni, che si allineerebbe però alla direzione presa ormai da tempo da molte regioni, Lombardia in testa. «Il settore privato attualmente ha una produttività al 70 per cento della propria capacità: e si potrebbe portare al 100 per cento», dice Longo, oppure «si potrebbero fare contratti perché i soggetti interamente privati dedichino per esempio metà della propria capacità produttiva al settore pubblico».

Quello che accomuna questi metodi, dice Longo, è in ogni caso la necessità di essere selettivi nei finanziamenti, che siano al pubblico o al privato, cosa che richiede una certa trasformazione culturale del sistema sanitario.

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