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7 Giugno 2021

Le misure per il recupero delle liste d’attesa stentano a decollare. 1,3 mln di mancati ricoveri e oltre 144 mln visite/esami.

Le misure per il recupero delle liste d’attesa stentano a decollare.  1,3 mln di mancati ricoveri e oltre 144 mln visite/esami.

La Direzione generale della Programmazione sanitaria del Ministero della salute ha fornito i dati sui mancati ricoveri durante la pandemia. Dati poi ripresi anche dalla Corte dei Conti nel Rapporto 2021 sul coordinamento della finanza pubblica.

Nel periodo del Covid sono stati fatti 1,3 mln di ricoveri in meno e oltre 144 mln tra visite ed esami.

Numeri che derivano dal confronto con i dati del 2019 dei volumi e dei valori delle prestazioni di ricovero e di specialistica ambulatoriale erogate dalle strutture sia pubbliche che private accreditate.

Sono oltre 1,3 milioni i mancati ricoveri calcolati rispetto al 2019.

(-17 per cento guardando alle consistenze riportate nel Rapporto SDO 2019). Si tratta di circa 682 mila ricoveri con DRG medico. E di poco meno di 620 mila con DRG chirurgico per un totale in valore di 3,7 miliardi. I mancati ricoveri urgenti rappresentano il 42,6 per cento, di cui l’83,1 per cento sono riferibili a DRG medici.

Le specialità chirurgiche maggiormente interessate dal fenomeno sono quelle

con DRG delle branche di Chirurgia Generale (con particolare riferimento alle colecistectomie, sia laparoscopiche che tradizionali), Otorinolaringoiatria e Chirurgia Vascolare.

Proprio per quanto riguarda la cardiochirurgia, si è assistito ad un calo di circa il 20 per cento degli impianti di defibrillatori, pacemaker ed interventi cardiochirurgici maggiori.

Purtroppo, anche i ricoveri di chirurgia oncologica, nonostante questa tipologia di ricoveri fosse stata esplicitamente esclusa dal gruppo di prestazioni che potevano essere considerate procrastinabili, hanno registrato una percentuale di mancati ricoveri del 13%.

Ed infine, anche i trapianti di organi hanno registrato uno stop, con una riduzione totale dell’8%.

Passiamo ai ricoveri medici. Si nota che la riduzione maggiore è tra i trattamenti di malattie cardiovascolari, ma anche quelli per il paziente oncologico (con una riduzione del 30 per cento per il tumore della mammella e circa il 20 per cento per i tumori di polmone, pancreas e apparato gastro intestinale).

I mancati ricoveri in radioterapia sono circa il 15 per cento, mentre quelli per chemioterapia circa il 10%.

Una flessione significativa si è registrata anche i ricoveri per la gestione del paziente internistico-geriatrico legati al paziente cronico con fragilità (insufficienza renale, disturbi della nutrizione, psicosi, demenza, BPCO).

L’analisi nel percorso nascita evidenzia una riduzione di circa il 30 per cento dei ricoveri pre- e post-parto, dovute probabilmente alla volontà di ridurre al minimo ricoveri di osservazione. Per quanto riguarda i ricoveri neonatali, si sono ridotti del 20 per cento. Tranne i trattamenti per le affezioni maggiori che si sono sostanzialmente mantenuti costanti. I ricoveri pediatrici hanno registrato un calo fino al 50 per cento.

Per quanto riguarda visite e/o esami, si parla di una riduzione complessiva di oltre 144,5 milioni di prestazioni. Per un valore di 2,1 miliardi.

Si tratta per il 90 per cento di prestazioni di strutture pubbliche.

La riduzione maggiore riguarda gli esami di laboratorio (il 67 per cento delle prestazioni). Mentre quelle per visite e diagnostica rappresentano rispettivamente il 12,5 e il 13 per cento.

Recupero liste d’attesa ancora molto lontano.

Guardando all’utilizzo che sembra sia stato fatto dei fondi stanziati (500 mln nel Dl Agosto e ora stanziati anche per il 2021) – rileva la Corte dei conti – l’impressione è che, complice la ripresa a fine anno della crisi sanitaria, la misura non sia riuscita a cogliere i risultati sperati. Anche in questo caso pur risentendo di un qualche sopravalutazione degli utilizzi dichiarati, le somme accantonate e quindi di cui non è stato fatto uso (nonostante gli elevati numeri di prestazioni da recuperare) rappresentano poco meno del 67 per cento complessivo, con quote che crescono, in media, a poco meno del 96 per cento di quanto attribuito in sede di riparto nelle regioni meridionali e insulari. La quota è superiore al 54 per cento nel Nord e al 45 per cento nel centro del Paese“.

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